

52. La lotta per l'emancipazione dal colonialismo.

Da: E. Collotti e altri, La storia contemporanea attraverso i
documenti, Zanichelli, Bologna, 1974.

Nel corso del primo dopoguerra vari fattori favorirono il processo
di emancipazione nazionale delle colonie: il crollo della potenza
economica e finanziaria dei paesi europei; il riconoscimento del
diritto dei popoli all'autodeterminazione compreso nei 14 punti
di Wilson; il successo della rivoluzione russa.  All'interno dei
movimenti nazionalistici le forze pi avanzate, oltre a lottare
per l'indipendenza, aspiravano anche a profonde trasformazioni
sociali. L'impoverimento causato dalla crisi del 1929 determin
un'intensificazione della lotta contro lo sfruttamento straniero,
ma anche contro le strutture di classe interne. Questa unione fra
lotta nazionale e lotta sociale si verific soprattutto in Asia
meridionale ed orientale. Diversa fu la situazione dell'America
latina, che venne sottoposta alla penetrazione economica e
all'influenza politica degli Stati Uniti.


Il mutato equilibrio determinato nel mondo dalla prima e poi dalla
seconda guerra mondiale modific in modo sostanziale la situazione
nella quale si erano formati e sviluppati i grandi imperi
coloniali, sia quale fatto politico, sia quale fatto economico. Al
termine della prima guerra mondiale infatti la rivoluzione russa -
e la grande ondata eversiva da essa diffusa in tutto il mondo -
nonch il vertiginoso crollo della potenza finanziaria ed
economica delle nazioni europee, anche vincitrici, rispetto agli
Stati Uniti crearono condizioni nuove per l'affermarsi delle
rivendicazioni indipendentistiche del mondo coloniale. Accanto al
fatto oggettivo costituito dall'indebolimento delle posizioni
europee entravano in gioco anche fattori politici, quali il
riconoscimento del diritto dei popoli all'autodeterminazione
compreso nei 14 punti di Wilson ed ancor pi l'esempio della
rottura rivoluzionaria dal basso dato dall'avvento al potere dei
bolscevichi.
Tutto ci consent a quei movimenti anticolonialisti che avessero
un minimo di esperienza precedente di presentare le loro
rivendicazioni in forma pi organica e di elaborare una
prospettiva strategica per portare avanti la lotta per
l'indipendenza politica. Si  gi visto lo sviluppo della lotta
rivoluzionaria in Cina all'indomani della prima guerra mondiale:
ma gli anni tra il 1919 ed il 1920 videro anche l'esplosione di
rivendicazioni nazionalistiche in Egitto e pi in generale nel
medio oriente arabo e soprattutto in India. Si trattava di
movimenti che avevano in generale il loro centro animatore negli
strati relativamente privilegiati della societ coloniale,
soprattutto tra gli intellettuali e la piccola borghesia,
acquisiti agli ideali della democrazia formale, del libero
sviluppo economico e dell'indipendenza nazionale, tipici della
borghesia europea, ma esclusi dal godimento di ogni diritto
proprio per le caratteristiche della societ coloniale.
Questa continuava ad essere fondata dovunque sul monopolio
sostanziale del potere economico, politico e giuridico da parte
degli stranieri e sullo sviluppo di ristretti settori parassitari
indigeni, concepiti in modo specifico quali intermediari dello
sfruttamento e della repressione esercitati dalla potenza
dominante. In tali condizioni i gruppi intellettuali e piccolo-
borghesi che animavano i movimenti indipendentistici, bench
decisi ad assicurarsi con l'indipendenza una posizione
privilegiata e bench legati da interessi indiretti ai dominatori
stranieri ed ai collaborazionisti indigeni, non potevano non fare
appello alle masse sfruttate - urbane e rurali - che della
dominazione straniera portavano il massimo peso e che costituivano
quindi il pi forte potenziale anti-imperialistico disponibile.
Tale situazione determin nei movimenti nazionalistici profonde
diversificazioni di tendenze, gravi tensioni interne, reticenze e
carenze politiche ed ideologiche e vere e proprie contraddizioni
sociali, utilizzate ovviamente dalle potenze dominanti nella loro
politica che alternava abilmente concessioni e repressione. I
movimenti nazionalistici - soprattutto in India, in Egitto e nel
Medio Oriente - compirono la loro esperienza tra le due guerre nel
quadro dello sforzo - inevitabilmente ambivalente e
contraddittorio - di mobilitare l'intero loro popolo contro la
potenza straniera e d'altra parte di escludere le spinte alla
rivoluzione sociale delle forze pi avanzate.
Nel complesso fino alla fine della seconda guerra mondiale si ebbe
l'ascesa - per estensione geografica, per coinvolgimento di pi
larghi strati sociali e per maturazione ideologica - del movimento
anticoloniale non soltanto nell'Asia meridionale ed orientale, ma
anche nel Medio Oriente e sporadicamente in Africa. Nel corso di
questa fase - soprattutto dopo che la crisi economica del 1929
ebbe rovesciato sulle gracili economie coloniali una nuova ondata
di immiserimento - si ebbe l'intensificazione delle tensioni
sociali sia rispetto allo sfruttamento straniero sia rispetto alle
strutture di classe indigene: in particolare nell'Asia meridionale
ed orientale l'esempio della lotta armata rivoluzionaria condotta
dai comunisti cinesi e la presenza in Indocina di forze decise a
condurre simultaneamente la lotta sociale e la lotta nazionale,
rendevano concreta l'ipotesi di un grave sconvolgimento del
sistema capitalistico internazionale. Nell'America latina il
periodo tra le due guerre mondiali aveva visto la sostituzione
quasi totale dell'influenza economica e finanziaria degli Stati
Uniti a quella britannica e degli altri paesi europei, non
soltanto nell'area dell'America centrale e dei Caraibi gi passati
sotto il controllo di Washington all'inizio del secolo, ma anche
nell'America meridionale. Particolare importanza ebbe il passaggio
sotto il controllo di grandi monopoli statunitensi delle risorse
dell'America latina in particolare nel settore petrolifero
(soprattutto nel Venezuela) ed estrattivo (ad esempio il rame
cileno). Questa penetrazione imperialista si serviva soprattutto
della collaborazione delle classi privilegiate indigene (borghesi,
burocratiche o latifondiste) disposte a porsi sotto il controllo
del capitale statunitense pur di mantenere ed estendere i profitti
e pur di assicurarsi una copertura politica e militare contro le
spinte rivoluzionarie. La fragilit delle strutture politiche
ereditate dal carattere parziale della lotta per l'indipendenza
della Spagna e del Portogallo nel secolo diciannovesimo portava
alla generalizzazione dei regimi di dittatura militare. Contro
questa situazione non mancava di manifestarsi la resistenza sia
degli intellettuali democratici e progressisti, sia di alcuni
settori delle masse sfruttate; in alcuni casi (come a Cuba, nel
Nicaragua e in Brasile) questi fenomeni assumevano un certo
rilievo, ma le forze del potere ebbero tuttavia la possibilit di
attuare la repressione e di mantenere l'ordine sociale esistente.
Alcuni tentativi di modificare dall'alto la situazione per
assicurare maggiore indipendenza nazionale dalle ipoteche
statunitensi e per attenuare le tensioni sociali venivano compiuti
nel Messico, dove per la spinta della rivoluzione vittoriosa
degli anni attorno al 1910 si andava spegnendo, in Brasile e poi
in Argentina, dove regimi autoritari e paternalistici assunsero
alcune iniziative per potenziare il capitale nazionale.
